Fazenda Paineiras da Ingaí - Búfalos Murrah Leiteiros
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Comentários e sugestões para:
otavio@ingai.com.br

Alimentazione della bufala da latte
Luigi Zicarelli
Dipartimento di Scienze Zootecniche Zootecniche e Ispezione degli alimenti
Università di Napoli "Federico II"
-Italia

Introduzione

  I fabbisogni di una specie variano in funzione di molti fattori come ad esempio l'attitudine, la capacità produttiva e il clima. In merito a quest'ultimo fattore, ad esempio, soggetti appartenenti a specie originarie da zone calde reagiscono diversamente da quelli originari da zone temperate allorché devono interagire con temperature rigide. In particolare l'energia digeribile, quella metabolizzabile e quella necessaria al mantenimento del calore corporeo risentono delle influenze ambientali mentre l'energia netta per le varie produzioni resta, ovviamente, immutata. Quanto più si modifica l'omeostasi di una specie in funzione delle alte o delle basse temperature tanto più variano i fabbisogni.

            Il bufalo è originario delle zone tropicali e attualmente oltre il 90% dei capi allevati è presente tra i due tropici dove umidità relativa e temperature (difficilmente al di sotto dei 18 °C) sono alte, il periodo invernale-primaverile è secco mentre quello estivo autunnale è di solito caldo e piovoso.

            Grazie a questa sua origine, le alte temperature ambientali, a differenza di quanto si verifica per le razze bovine europee, non interferiscono con la sua omeostasi e con il suo benessere. Autori egiziani (Kamal et al., 1993) hanno dimostrato che durante l'estate, vacche di razza Frisona rispetto alle bufale incrementano in misura maggiore la temperatura rettale (1.05% vs 0.53%) e la frequenza respiratoria (36.36% vs 10%), perdono più peso (22.9% vs 6.8%) e presentano valori dell'ematocrito più elevati. Questi riscontri dimostrano che il bufalo risente meno della vacca da latte dell'effetto delle alte temperature. Le zone di origine della bufala risultano particolari non solo per il clima ma anche per le essenze pabulari spontanee; queste ultime (Camarão et al., 1987) sono rappresentate in gran parte da graminacee con basso tenore proteico (6-10% di P.G., a seconda dello stadio vegetativo) e con un contenuto di energia netta (NEl) compreso tra 765-1275 kcal (NEl 3.2-5.3 MJ) per Kg di sostanza secca (s.s.).Tali pabulari, che per lo più sono state importate dall'Africa, si riscontrano in America latina (Venezuela, Brasile e Argentina) e in Australia, territori dove la bufala è allevata allo stato brado in allevamenti di grosse dimensioni (Cabrera, 1985).

            Una realtà diversa si riscontra in Asia e in Egitto dove prevalgono le aziende di tipo familiare (Soni, 1991) e il razionamento si basa sull'impiego di sottoprodotti e, limitatamente al periodo delle piogge e in prossimità dei corsi fluviali o nelle zone irrigue, sul trifoglio (Abou-akkada, 1993; El-Basiony, 1993; Abou-Akkada, 1988) alessandrino, foraggio ad alto tenore proteico ed energetico (NEl  = 1190 kcal 4.98 MJ per kg/s.s.).

 Allevamento e disponibilità alimentare.

A grandi linee si può affermare che la dieta del bufalo in America latina, con sporadiche eccezioni, è costituita prevalentemente da essenze pabulari mentre in Asia e in Egitto la dieta oltre che da foraggi è costituita  da sottoprodotti e canna da zucchero. Quest'ultima è presente anche nelle zone più fertili del territorio brasiliano dove, tuttavia, prevale l'attività agricola su quella zootecnica. In entrambe le realtà il fieno e gli insilati generalmente sono poco impiegati in quanto la loro produzione coincide con la stagione delle piogge e quindi con condizioni climatiche che non favoriscono l'insilamento e l'essiccazione dei foraggi. L'impiego dei concentrati, d'altra parte, risulta sporadico per motivi economici ed i regimi dietetici pianificati, fatta eccezione per poche aziende, sono rari anche per la bassa professionalità degli addetti.

Tale realtà, tuttavia, va nettamente migliorando in alcune aree dell'India, del Pakistan e dell'Egitto zootecnicamente più progredite.

            Alcuni autori (Kamal et al, 1993) affermano che il bufalo rispetto al bovino si adatta  meglio al clima delle aree tropicali, alle avverse condizioni della palude, e ciò che più importa, presenta una migliore capacità di utilizzazione dei foraggi con alto contenuto in pareti cellulari (Devedra, 1972; Johnson, 1982). Quest'ultima affermazione non sempre è stata confermata da studi più recenti sulla digeribilità (Abdullah et al, 1989; Raghavan, 1982). In particolare da ricerche esperite in Italia è emerso che solo con diete ad alto (35,5%) contenuto di ADF (70% di foraggi sulla s.s.) l'utilizzazione digestiva della sostanza organica e delle frazioni fibrose è maggiore nei bufali vs gli ovini. Le differenze tra le due specie, però, si annullano e gli ovini utilizzano meglio i protidi grezzi (Di Lella T., 1997) allorché le diete sono meno ricche di ADF (< 24%).

            Secondo Bartocci et al. (2000) con diete a diverso rapporto foraggio concentrato è sempre il bovino a digerire meglio la fibra grezza nonostante che il bufalo presenti una maggiore capacità ruminale cui fa riscontro, tuttavia, una minore lunghezza dell'intestino vs il bovino.

E’ da supporre, pertanto, che la differente capacità di utilizzazione dei foraggi - tra bufalo e altri ruminanti - sia di scarso momento nella pratica del razionamento in quanto all'aumentare del livello produttivo è necessario ridurre l'incidenza dei componenti fibrosi.

Il maggiore incremento numerico del bufalo vs il bovino ai tropici, pertanto, non dipende, contrariamente a quanto affermato nel passato, dal fatto che esso digerisca meglio le frazioni fibrose dei foraggi nonostante che il suo stato di benessere non risulti penalizzato proprio là dove le alte temperature, accelerando il processo vegetativo, peggiorano rapidamente (in pochi giorni o addirittura in poche ore) il valore nutritivo delle pabulari proprio per l'incremento delle frazioni fibrose. A nostro avviso il confronto tra bovino e bufalo deve tenere conto, per quanto finora riferito, del loro adattamento alle caratteristiche ambientali, della coincidenza tra fotoperiodo - attività riproduttiva e rigoglio vegetativo delle pabulari ed in particolare delle foraggere spontanee.

Nelle aree dei Paesi tropicali gli animali scarsamente produttivi adeguano la produzione alle disponibilità alimentari fornendo normalmente prestazioni al di sotto delle loro già basse capacità mentre quelli più' produttivi, soprattutto nella prima fase di lattazione e nel caso in cui la dieta e/o il pascolo non dovesse apportare i nutrienti di cui essi necessitano, cercano di mantenere la loro produzione utilizzando le proprie riserve.

 Composizione chimica del latte e fabbisogni.

 Se si corregge il latte bufalino con la formula ((((((grasso (g) -40)+(proteine (g) -31))*0.01155)+1)*kg di latte prodotto) di Di Palo (1992) che lo riporta allo stesso tenore calorico del latte bovino standard (4% FCM =  740 kcal o 3.1 MJ con 4% di grasso, 3,1% di proteine) si ottiene un latte (ECM) con le caratteristiche riportate in Tabella 1.

Dal confronto tra la composizione chimica dell' FCM 4% con quello ECM emerge che quest'ultimo è caratterizzato da un più basso tenore in proteine (26,47 vs 31,0 g, rispettivamente) e P (0,9 vs 0,7). Ne consegue che:

¨      a parità di energia prodotta con il latte, di peso vivo e di assunzione giornaliera di sostanza secca, la bovina necessita di una dieta caratterizzata da un più alto tenore in proteine e P;

¨      a parità di tenore proteico della dieta la bufala produce la stessa quantità di proteine, una maggiore quantità di Ca (mediamente > 15%) e una minore quantità di P (< 8%);)

¨      a parità di energia endogena o esogena la bovina produce più proteine con il latte (> 17%).

Le suddette differenze si accrescono se, come di solito accade nelle zone tropicali dove si alleva lo zebù, il bufalo è più grande del bovino; in questo caso quest’ultimo necessita di una dieta caratterizzata da una concentrazione proteica ancora più elevata.

Tabella 1 Composizione del latte bovino e bufalino e fabbisogni.

Composizione del latte

Milk composition

4% FCM

Bovino/Bovine

 

Latte di Bufala/

Buffalo milk

ECM

Bufala/Buffalo

 

kcal /kg

740

1258

740

 

MJ /kg

3.13

5.26

3.13

 

Proteine/proteins       (g/kg)

31

45

26.47

 

Lipidi/lipids                     (g/kg)

40

87

51.18

 

Lattosio/lactose                   (g/kg)

48

48

28.16

 

Ca                           (g/kg)

1.2

2.0

1.18

 

P                             (g/kg)

0.9

1.2

0.71

 

kcal/g proteine/kcal/g proteins

23.9

28

28

 

Fabbisogni/kg latte
Proteine grezze (g)/ CP           (g)

 
85

 
123

 
73

 

PDI *       (g)

48

70

41

 

UFL**

0.44

0.74

0.44

 

NEL        (MJ)

3.13

5.26

3.13

 

Ca            (g)

3.5

5.80

3.43

 

P              (g)

1.7

2.3

1.33

 

   *PDI =Proteine digeribili intestinali/ True Protein truly digestible in the small intestine.
** UFL = NEL 1700 kcal o/or NEl 7.11 MJ

            Da quanto finora riferito è facile intuire che, se non si tien conto della differente capacità di sintesi proteica a livello ruminale delle due specie, in carenza di energia e a parità di apporto proteico della dieta la produzione di proteine con il latte sarà la stessa nelle due specie ma sarà la bufala a produrre più energia purché essa possa attingere alle sue riserve. A parità di soddisfacimento energetico ma con diete povere in proteine sarà la bovina a perdere più peso in quanto dovrà attingere alle sue riserve proteiche in misura maggiore della bufala per produrre con il latte la quantità di energia consentitale dalla dieta.

            Nelle aree tropicali ricordiamo ancora una volta che il clima è caratterizzato da un regime pluviometrico molto intenso durante l'estate che va attenuandosi in autunno e risulta scarso durante l'inverno e la primavera; la temperatura, peraltro, è relativamente bassa in inverno e alta nelle altre stagioni ed in primavera in particolare. Con le dovute eccezioni il rigoglio vegetativo delle pabulari (Fig. 1 e 3) è intenso in estate e va declinando fino alla fine dell'autunno; in inverno, di solito l'unica risorsa foraggera è rappresentata dalla canna da zucchero e dalle pabulari che si trovano ad uno stadio vegetativo quiescente, sono poco appetibili, ricche in pareti cellulari e povere in proteine e minerali (tab.2 e 3). La stessa canna da zucchero è una risorsa che se utilizzata da sola è autolimitante in quanto, per l'alto tenore in saccarosio, provoca acidosi subcliniche che deprimono l'ingestione.

            Le specie botaniche più diffuse utilizzate nell'America latina per l'alimentazione dei ruminanti appartengono alla famiglia delle graminacee del genere Brachiaria che, perfino durante il rigoglio vegetativo, presentano una sostanza secca con il 6-10% di proteine e 0,45 - 0,75 UFL (765-1275 kcal di NEl - 3.2-5.3 MJ)/kg. In India, Pakistan ed in Egitto nelle aziende di tipo familiare è disponibile, come già riferito nella parte introduttiva di questo contributo, trifoglio alessandrino nella stagione umida il cui impiego non sempre risulta razionale.  L'eccesso proteico quasi sempre non proporzionale ad un adeguato livello di energia della dieta determina, tra l'altro, affezioni podali negli zebù ma non nei bufali.

            Se si ipotizza, in funzione di quanto finora riferito, una produzione di 10 kg di latte standard e un'ingestione di circa 12,4 kg di sostanza secca, occorre, per soddisfare i fabbisogni rispettivamente della vacca e della bufala, un foraggio con l'11,7 e il 10,7% di proteine, lo 0,524 e lo 0,516% di Ca, lo 0,315 e lo 0,282% di P sulla s. s.. Ne deriva che, soprattutto all'esordio della lattazione, è la vacca ad essere maggiormente penalizzata (Tab. 4).

Nei Paesi tropicali a Nord dell'Equatore per la sensibilità della bovina al fotoperiodo positivo, l'epoca di parto (Fig. 2) coincide (Shah, 1990) con la penuria di foraggi (Fig. 1) mentre il periodo dell'asciutta con la disponibilità foraggera. Le carenze riguardano soprattutto la mancata copertura del fabbisogno proteico e minerale che comportano una ritardata ripresa del ciclo riproduttivo e un notevole dimagramento.

            Condizione diametralmente opposta si verifica nella bufala (specie a fotoperiodo negativo) in quanto il periodo della lattazione è in sincronia con la disponibilità foraggera (Zicarelli, 1997; Zicarelli, 1999) mentre l'asciutta coincide con la stagione secca (Shah, 1990).

            Le ipotetiche carenze riportate in tab. 4 vanno interpretate, pertanto, tenendo conto che esse si verificano per la bufala nel periodo umido e per la vacca in quello secco, a causa della diversa stagionalità riproduttiva delle due specie e ciò accresce il vantaggio della bufala vs la bovina.

            Nei Paesi tropicali a Sud dell'Equatore il fenomeno si inverte (Fig. 3) in quanto la stagione dei parti è compresa tra febbraio e maggio nella bufala (Fig. 4), che può utilizzare le riserve accumulate tra novembre e febbraio, e tra settembre e dicembre nello zebù tenuto allo stato brado.

Il più breve periodo di lattazione e il più lungo periodo di asciutta (rispettivamente un mese in meno e due mesi in più) consente alla bufala un maggior periodo di ristoro e quindi l'accumulo di riserve corporee che possono essere utilizzate nella successiva lattazione (Zicarelli et al., 1977). E' verosimile che quanto affermato è valido per entrambe le specie solo a parità di condizioni alimentari e a parità di lunghezza dell'intervallo interparto.

Tabella 2 - Composizione chimica (sulla sostanza secca) delle pabulari (soprattutto Brachiaria umidicola) in Brasile nel periodo autunno - inizio primavera (3). 

Periodo/period

Aprile - Maggio (April-May)

Giugno - Luglio (June-Yule)

Agosto - Settembre (August-September)

P

0,1 - 0,15

0,05 - 0,1

< 0,05

Proteine/proteins

5,0

4,0

< 3,0

S.N.D.

45

40

< 35

N.D.F.

70 - 75

75 - 80

> 80

 

Tabella 3 - Tenore (% sulla sostanza secca) in Calcio e Fosforo nelle pabulari più diffuse in Brasile  (3).

 

Ca

P

Pascolo comune/pasture

0,30

0,15

Napier

0,35

0,19

Capineira

0,35

0,17

Canna da zucchero/sugar can

0,14

0,03

 

Tabella 4 - Fabbisogni per 10 kg di latte corretto (740 kcal) e relativi deficit vs i fabbisogni ipotizzando un'ingestione di 12,4 kg di sostanza secca di pabulari spontanee in aree tropicali nel periodo umido (U) e nel periodo secco (S).

 

Pg, Ca e P in 12,4 kg di ss/ CP, Ca and P in 12,4 kg of DM

Bufala

Bovina

 

 

 

Fabbisogni

Deficit

Fabbisogni

Deficit

Periodo/Period

U

S

 

U

S

 

U

S

PG /CP(g)

1100

620

1330

230

710

1450

350

830

Ca (g)

43

33

64

21

31

65

22

32

P(g)

22

13

35

13

22

39

17

26

 





In sintesi se si tiene conto della composizione chimica media del pascolo durante l'anno nelle aree tropicali si può affermare che, per l'alto rapporto energia proteine, i foraggi di queste aree, soddisfano meglio i fabbisogni della bufala vs quelli della bovina. A parità di energia prodotta con il latte, diete carenti in proteine determinano nella vacca una perdita di peso superiore a quella che si verifica nella bufala.

            Il catabolismo di 1 kg di peso vivo fornisce l'energia necessaria alla produzione di 8 kg o di 4 kg di latte FCM per carenze rispettivamente di natura energetica o proteica (Jarrige, 1988; Piana, 1990). Dal momento che la deficienza energetica interessa la bufala da latte mentre quella proteica la bovina, almeno ai tropici, l'utilizzazione delle riserve corporee determina nella bufala la produzione di una quantità di latte FCM che è teoricamente doppia vs quella della vacca.

            Per il reintegro del kg di peso vivo occorrono 4.5 UFL (o 7650 kcal di NEl). Se la suddetta energia non sarà disponibile nella fase di reintegro si avranno riflessi negativi sullo stato di salute e sulla fertilità.

            In funzione di quanto finora esposto appare chiaro perchè nelle zone tropicali la condizione corporea della bufala è notevolmente migliore di quella che presenta la vacca e di conseguenza il tasso di fertilità della prima è nettamente più elevato della seconda.

Nelle aree difficili la bufala risulta più produttiva della vacca. In ogni caso se la disponibilità alimentare lo consente la bufala produce la stessa o una maggiore quantità di energia mentre la produzione di proteine risulta più bassa. La campionessa italiana, ad esempio, nel 1998 ha prodotto 9.287 kg di ECM e 254 kg di proteine; la suddetta quantità di di proteine sarebbe stata prodotta con 7.580 kg di FCM 4% da una vacca. Attualmente, pertanto, il limite produttivo del bufalo consiste in una più bassa capacità di sintesi proteica a livello mammario vs la vacca.

Ingestione di sostanza secca

            Le differenti tecnologie di allevamento nelle diverse aree in cui la bufala è presente non consentono di poter estrapolare a pieno le esperienze effettuate in merito ai fabbisogni dei diversi principi nutritivi. Analogamente anche la tecnica di razionamento, che rappresenta l'applicazione diretta dei fabbisogni nelle diverse fasi produttive, deve tener conto di una serie di fattori tra cui anche il prezzo del latte rapportato ai costi di alimentazione. La nostra esperienza deriva da prove sperimentali e da osservazioni in campo effettuate su allevamenti di punta che sono seguiti dal nostro Dipartimento.

            I dati circa l'assunzione di sostanza secca nella bufala da latte sono molto contrastanti. Ciò dipende dal fatto che quasi sempre il livello di ingestione non viene commisurato al periodo di lattazione in cui è esso stato registrato, al livello produttivo e al peso vivo delle bufale, al tenore in frazioni fibrose che regolano l'assunzione di sostanza secca e al B.C.S. all'inizio del periodo di osservazione. Non bisogna, pertanto, meravigliarsi se accanto a livelli di ingestione del 2,2 - 2,6% (Ranjhan, 1992; Bertoni, 1992; Verna et al., 1993) se ne riscontrano altri pari al 2,7 - 3,4% (Di Palo, 1992) e al 2,9 - 3,1% del peso vivo (Di Lella, 1998).

            In prove effettuate da Campanile et al. (1997a, 1997b) è emerso che l'assunzione di sostanza secca è influenzata negativamente dal contenuto in pareti cellulari della dieta (ADF, NDF, ADL) e positivamente dalla produzione lattea. Con diete caratterizzate da un tenore in ADF del 27 ÷ 28%, di NDF del 49 ÷ 45% e da una incidenza di foraggio del 46 ÷ 55% sulla sostanza secca (s.s.) l'ingestione di s.s., al netto di quella necessaria per il mantenimento (91 g per kg di peso metabolico), è pari a 275 g per kg di latte ECM. Nonostante la cospicua presenza di pareti cellulari, l'assunzione di s.s. se  viene rapportata alla quantità di ECM prodotta non si discosta molto dai valori che normalmente si riscontrano nella bovina da latte. A differenza di questa, la bufala ingerisce più velocemente, grazie al maggiore sviluppo degli incisivi, e rumina per più tempo (Campanile et al., 1977b); ciò le consente di assumere diete più ingombanti che vengono sottoposte ad un maggior tempo di ruminazione.

            Le suddette osservazioni, confermate quasi sempre in campo, lasciano, almeno in linea teorica, prevedere l'ingestione di sostanza secca della mandria. Con diete con minore contenuto in pareti cellulari i livelli di ingestione si modificano di poco, e in qualche caso si deprimono, soprattutto quando l'aumento della densità energetica si ottiene con alimenti ad elevata fermentescibilità che comportano un innalzamento della glicemia. E’ verosimile che valori glicemici superiori a 70 mg/100 ml esercitano un'influenza negativa sui centri regolatori dell'appetito.

            Ancora oggi, tuttavia, resta molto da verificare su questo aspetto in quanto inspiegabilmente si osserva in campo, a parità di stagione, di produzione, di peso vivo, di incidenza di primipare, di distanza dal parto e di caratteristiche della dieta che alcune mandrie risultano particolarmente voraci mentre altre, nonostante siano più produttive, presentano livelli di ingestione contenuti. Frequentemente ciò deriva dal fatto che il consumo dipende anche da precedenti regimi alimentari, non sempre accertabili, che inducono i soggetti a modificare l'ingestione per raggiungere la condizione corporea più consona allo stadio fisiologico del momento.

            A conferma di quanto riferito riportiamo nelle figure 5 a e b l'andamento del peso vivo e la differenza tra l'energia assunta e quella prodotta giornalmente con il latte di due gruppi (A e B) di 6 bufale sottoposte a due diete che differivano per tenore in proteine grezze (A = 14,95% vs B = 17,51%), in NDF (A = 48,6% vs B = 44,9%) e per percentuale di foraggio sulla s.s. (A = 46,1% vs B = 54,5%). Le bufale del gruppo A hanno presentato andamento del peso vivo del tutto prevedibile quelle del gruppo B hanno perso peso verso la fine della lattazione e hanno prodotto una quantità di latte superiore all'energia assunta con la s.s.. Non è stato possibile accertare le cause di quanto osservato. Il minor tasso di concepimento delle bufale del gruppo B potrebbe essere alla base di una ritardata flessione della produzione a fine lattazione e ciò potrebbe spiegare, ma solo in parte, il fenomeno alquanto anomalo.

            E' sempre opportuno, pertanto, verificare in campo l'effettiva capacità d'ingestione della mandria per adeguare ad essa le caratteristiche della sostanza secca della dieta. Per quanto riguarda la stagione va precisato che, a differenza di quanto si verifica nella vacca da latte, le temperature estive non espletano un effetto marcatamente negativo sul livello di ingestione a patto che le bufale possano disporre di ombra e piscine.

            Un discorso a parte merita, invece, la distanza dal parto media della mandria in quanto essa varia nel corso dell'anno sia nelle mandrie destagionalizzate sia in quelle caratterizzate dalla tipica stagionalità della specie. Nel primo caso la distanza dal parto risulta mediamente di 200 giorni nel mese di gennaio per poi decrescere a 100 giorni nel mese di luglio ed allungarsi successivamente fino a dicembre, mese in cui la mandria raggiunge nuovamente, e in molti casi supera, i 200 giorni. Nel secondo caso i valori più elevati si riscontrano tra giugno e luglio mentre i più bassi tra gennaio e febbraio (Zicarelli, 1999a).

            La produzione media pro capite e la composizione chimica del latte variano, pertanto, di continuo soprattutto nelle mandrie caratterizzate da una buona fertilità e da un addensamento dei parti delle primipare in soli 2 mesi. E' proprio in queste mandrie che il consumo di sostanza secca cambia di continuo ed occorre modificare frequentemente le caratteristiche della dieta.

            Veramente rare risultano, invece, le mandrie che presentano una distanza dal parto omogenea nel corso dell'anno similmente a quanto si verifica negli allevamenti di bovine da latte di consolidata formazione.

Le mandrie bufaline in cui si riscontra tale caratteristica sono quelle in cui l'incidenza delle primipare è elevata o l'ipofertilità è maggiormente presente; in esse la distanza media dal parto è più lunga, la composizione chimica del latte è più omogenea nel corso dell'anno ma la produzione è livellata verso il basso.

            Analogamente a quanto si riscontra nella bovina da latte, nella prima fase della lattazione (nei primi 50 giorni circa) si registra una minore assunzione di s.s. che comporta anche nella bufala una perdita di peso. A tal proposito va ricordato che questo fenomeno, a nostro avviso, è da ricondurre a un comportamento ancestrale della vita selvatica che si osserva, in maniera più o meno intensa, in tutti gli animali domestici (Zicarelli L., 1999b  ). Grazie ad esso le specie hanno potuto sopravvivere: per poter proteggere la prole dai predatori la fattrice doveva limitare gli spostamenti e quindi la ricerca del cibo anche se le esigenze nutrizionali nel post-partum aumentavano di giorno in giorno. Nel tempo ciò ha favorito la sopravvivenza di quegli individui che erano in grado di attivare nella maniera più efficiente quei processi catabolici che massimizzano l'utilizzazione delle riserve corporee.



            Nel selezionare gli individui con maggiore attitudine alla galattopoiesi l'uomo ha verosimilmente scelto soggetti in grado di utilizzare al meglio le riserve accumulate durante l'asciutta.

            L'acquisizione di questo concetto è importante per effettuare un corretto razionamento nel puerperio. La vacca da latte ad alta produzione, ad esempio, è in grado di attivare efficientemente i suddetti meccanismi catabolici. E' noto, infatti, che nel periodo in cui la capacità di ingestione è ridotta essa può attingere alle sue riserve perdendo oltre 1 kg di peso al giorno; ciò le consente di far fronte a un deficit di oltre il 20-30% dei suoi fabbisogni senza per questo penalizzare la produzione. Nella bufala la capacità catabolica è più ridotta e ciò comporta, nel caso di mancata copertura dei fabbisogni, la riduzione della produzione lattea per deficit che la bovina ad alta produzione è in grado di sopportare molto meglio. In altri termini la bufala possiede un "habitus catabolico" che è mediamente meno pronunciato della bovina da latte ad alta produzione. Il suo metabolismo lipidico, finalizzato a tesaurizzare scorte per eventuali periodi di scarsa disponibilità foraggera (tipico degli animali originari dei climi eccessivamente caldi o eccessivamente freddi), non favorirebbe la galattopoiesi a scapito del suo "benessere". Va detto, tuttavia, che le bufale che producono oltre 40 q di latte posseggono capacità cataboliche più spiccate e, a parità di dieta, si distinguono nel gruppo per valori più bassi di BCS.

 Fabbisogni energetici

             a) mantenimento

 Nella pratica del razionamento nella bufala italiana vengono utilizzati per il mantenimento i fabbisogni suggeriti dai francesi per la vacca da latte che sono pari a UFL 1.4 + UFL 0,6 per ogni 100 kg di peso vivo (Zicarelli L., 1990, Proto, 1993, Di Lella T., 1997). Questi valori vanno accresciuti di quantità di UFL che dipendono:

1)      dall'energia occorrente per la deambulazione che varia in funzione dello spazio a disposizione;

2)      della gerarchia che esiste nei gruppi e quindi della competitività e dell'aggressività che esercitano alcuni soggetti a scapito di altri (sarà tanto maggiore quanto maggiore è la differenza di età nella mandria);

3)      dall'utilizzo o meno del pascolo;

4)      dal management e quindi del rapporto uomo animale.

            A tal proposito riferiamo che, secondo la nostra esperienza, l'aggressività che esiste nella mandria cresce al diminuire dello spazio a disposizione e all'aumentare del numero di ore in cui la mangiatoia resta vuota. Ne consegue che i razionamenti che non determinano spreco energetico agiscono indirettamente aumentando i fabbisogni in quanto il gruppo risulta "più vivace" soprattutto quando, come accade in Italia, le bufale non sono decornificate.

            L’influenza dei fattori summenzionati è difficilmente quantizzabile; in linea prudenziale riteniamo validi supplementazioni energetiche, rispetto ai fabbisogni di mantenimento, di almeno il 15%. Di entità non trascurabile risulta lo stato di nutrizione dei soggetti (BCS): a parità di peso, più elevato è il BCS dei soggetti tanto maggiore è il fabbisogno di mantenimento, in quanto nella composizione del peso vivo prevale il tessuto lipidico.

            I fabbisogni per la termoregolazione assumono un ruolo importante per la bufala. La sua origine tropicale la rende sensibile alle basse piuttosto che alle alte temperature. La sua capacità di termoregolarsi in inverno in Italia, specie nelle zone più fredde, comporta notevoli variazioni del suo assetto endocrino. Ne sono una conferma gli alti valori ematici degli ormoni tiroidei riscontrati in inverno. In questa stagione le bufale allevate nelle zone pedemontane della Campania presentano valori ematici degli ormoni tiroidei più elevati di quelle in aziende  limitrofe al mare (Campanile et al. 1994). All'inizio dei periodi più freddi, quando cioè i soggetti non si sono ancora adattati alle basse temperature , non è infrequente ritrovare valori abnormi di acidità titolabile nel latte (SH°) soprattutto quando gli animali sono esposti al vento ed i fabbisogni energetici non sono coperti.

Da queste osservazioni traspare che in determinati ambienti risulta importante una oculata progettazione dei ricoveri, pena ripercussioni negative sulla produzione quanti-qualitativa del latte.

            Nelle zone tropicali, nelle quali il clima è più confacente all'assetto endocrino della specie, è da supporre che i suddetti fenomeni siano meno pronunciati.

            All'esordio della stagione fredda quasi sempre si apprezza anche un odore acre di acetone che testimonia l'innesco di processi catabolici a carico dei grassi di deposito per far fronte agli accresciuti fabbisogni determinati da temperature non congeniali alla specie. Tali fenomeni non sempre si verificano nella fase iniziale della lattazione in quanto spesso si osservano innalzamenti del livello ematico di beta-idrossibutirrato (Bertoni et. al., 1993  ; Campanile et al., 1995) anche nella fase finale in coincidenza del passaggio da due a una mungitura giornaliera; il fenomeno è più intenso nelle mandrie in cui tale passaggio è accompagnato da una riduzione del valore nutritivo della dieta.

Evidentemente anche quando i fabbisogni sono bassi, l'elevato tenore lipidico del latte e la riduzione della capacità di ingestione, eventi che si registrano nella fase terminale della curva di lattazione, suggeriscono una oculata formulazione della dieta.

             b) produzione di latte

             Indipendentemente dalla capacità della bufala di utilizzare i diversi tipi di foraggi non si può non ammettere che la quantità di energia netta che occorre per assicurare la produzione di 1 kg di latte standard (740 kcal) sia pari al valore calorico del latte prodotto.

            In prove di campo è emerso (Di Palo 1992, Bertoni et al. 1993, Di Lella 1997, Di Lella et al. 1998), che occorrono oltre 0,5 UFL per ottenere 1 kg di latte ECM. Questo dato è comprensibile in quanto se calcolato sui consumi di gruppo include: il recupero e l'eventuale incremento di peso dei soggetti; il surplus energetico che occorre per far fronte a diverse condizioni ambientali (clima, fattori gerarchici più spiccati in alcune mandrie rispetto ad altre, ecc.), all'ingrassamento cui vanno incontro i soggetti ipofertili e quelli che restano per lungo tempo a bassa produzione ed, infine, c) l'alimentazione dei tori presenti nella mandria. Questi ultimi, di solito, incidono per almeno il 4% nei gruppi in lattazione.

            Nel caso della bovina il latte standard presenta una quantità di lipidi, di protidi e di lattosio pari rispettivamente al 4,0%, al 3,1% e al 4,9%. Rispetto ai suddetti valori si riscontrano oscillazioni che dipendono dal patrimonio genetico, dallo stadio di lattazione, dal tipo di dieta ecc.. I lipidi possono variare, ad esempio nella Frisona italiana, dal 2,8% al 4,2% e le proteine dal 2,7% al 3,5%. Nella bufala la percentuale di grasso oscilla, invece, dal 5,5% al 13% e quello in proteine dal 3,8% al 5,5%. Il fabbisogno in energia, pertanto, per litro di latte di vacca varia da UFL 0,35 a UFL 0,45 (Δ = 28,6%) mentre nella bufala (tab. 5) risulta compreso tra UFL 0,53 e UFL 1,02 (Δ = 92,5%).

            La maggiore variabilità che si riscontra nella bufala comporta difficoltà di razionamento in quanto nelle bufale che sono in grado di produrre un latte ricco in lipidi i surplus energetici vengono utilizzati per questo scopo mentre in quelle che non presentano la suddetta capacità si verifica l'accumulo di riserve corporee. Frequentemente nelle prime una eventuale carenza di energia non si traduce nella produzione di un latte con minore tenore lipidico ma in una minore produzione di latte. E’ lo stesso fenomeno che si registra per altri nutrienti: se l'individuo non dispone dei precursori per sintetizzare un secreto con determinate caratteristiche, flette la produzione modificandone lievemente la composizione

            In considerazione del fatto che nella vacca l'incremento del tenore lipidico di solito non supera il 29% mentre nel caso della bufala può superare anche il 92% scaturisce che gli eccessi energetici possono determinare ingrassamento più nella vacca (sindrome della vacca grassa) che non nella bufala; quest'ultima utilizza, infatti, in maniera più proficua gli eccessi per modificare la composizione chimica del latte e, sotto certi aspetti, limita l'entità degli sprechi .

 Tab. 5 - Fabbisogni energetici (UFL) per la produzione in funzione del tenore in protidi e grasso di un kg di latte di bufala (Zicarelli 1990).

Protidi

Grasso

UFL

 

Protidi

Grasso

UFL

g/kg

g/kg

/kg

 

g/kg

g/kg

/kg

38

50

0.53

 

45

95

0.79

38

55

0.55

 

45

100

0.82

40

60

0.59

 

50

85

0.77

40

65

0.61

 

50

90

0.79

40

70

0.64

 

50

95

0.82

40

75

0.66

 

50

100

0.84

40

80

0.69

 

50

105

0.87

40

85

0.71

 

50

110

0.89

45

70

0.64

 

50

115

0.92

45

75

0.69

 

50

120

0.94

45

85

0.74

 

50

130

0.99

45

90

0.77

 

55

130

1.02

 A parità di dieta, tuttavia, è facile osservare come le bufale più produttive del gruppo siano più magre di quelle meno produttive.

            Quanto finora riferito può lasciare perplessi in quanto, almeno nella realtà dell'allevamento italiano, è facile osservare bufale eccessivamente grasse. E' opportuno precisare, tuttavia, che la conformazione di una bufala è diversa da quella di una vacca da latte. Una vacca grassa che presenta un BCS di 5 è più grassa di una bufala alla quale si attribuisce lo stesso punteggio. Questa affermazione scaturisce dalla considerazione che, se si ritiene che una vacca è "in tono" allorché presenta un BCS di 3,5, non si può ritenere, a nostro avviso, che un pari BCS identifichi una bufala "in tono" dal momento che la costituzione (l'Habitus costituzionale dei vecchi endocrinologi) della specie è diversa. Non si può, infatti, identificare "il benessere" di una vacca da latte ad "habitus prevalentemente catabolico" con quello di una bufala in cui la selezione per la produzione del latte è ancora agli inizi. Bisogna, inoltre, considerare che a parità di BCS, che valuta l'arrotondamento delle forme, una bufala è più magra di una vacca. La prima, infatti, a parità di deposizione di grassi nel sottocute, presenta una minore infiltrazione lipidica nei muscoli. E' anche per questo motivo che preferiamo utilizzare la scala 1 a 9 che è più adatta per gli animali da carne.

            c) recupero di peso

            La perdita di peso che si verifica nella prima fase della lattazione dovrà essere compensata nei mesi successivi. L'entità del calo corporeo varia con la densità energetica della dieta somministrata alla mandria in funzione del livello produttivo e del peso degli animali. Si è già detto che la perdita di peso che una bufala può sopportare senza compromettere la persistenza della curva di lattazione è, per il suo habitus moderatamente catabolico, inferiore a quello della vacca. Le perdite di peso si verificano anche nella bufala e vanno compensate tenendo presente che se il catabolismo di 1 kg corporeo fornisce un'energia pari a 3,5 UFL, occorrono 4,5 UFL per ricostituirlo nella fase anabolica della lattazione.

            Una riprova dell'effettivo calo peso della bufala nel primo periodo di lattazione è dato dal riscontro che le UFL occorrenti per produrre il kg di latte ECM risultano pari a 0,35 nei primi 40 giorni (Di Palo, 1992) mentre risultano mediamente superiori a 0,5 nel corso dell'intera lattazione. Ciò sta a dimostrare che la differenza esistente tra 0,35 e 0,44 nei primi 40 giorni rappresenta la quota di energia di riserva che la bufala mette a disposizione per la sintesi mammaria per compensare il gap esistente tra l'energia assunta con la razione e quella sintetizzata nel latte. E' facile dimostrare che se le bufale di un allevamento nei primi 40 giorni producono mediamente 12 kg di latte il calo peso sarà di almeno 300 gr al giorno (UFL 0,44 - 0,35 = 0,09; kg 12 x 0,09 = UFL 1,08/3,5 = g 0,309).

              d) accrescimento delle primipare

             Nel razionamento delle primipare è da prevedere un surplus per l’accrescimento. Normalmente una bufala che da adulta pesa 650 kg, al primo parto è di circa 550 kg. Nel corso della prima lattazione dovrebbe teoricamente crescere di 1/3 di kg al giorno e ciò comporta un supplemento energetico giornaliero pari a 1,166 UFL (3,5 UFL x 0,333 g/die). Questo dato, preso a prestito dai fabbisogni delle primipare bovine di razze da latte, non tien conto della conformazione ottimale della primipara bufalina, che presenta un rapporto grasso/muscolo maggiore. In considerazione di ciò, e finche ricerche più approfondite non dimostreranno il contrario, è opportuno considerare una supplementazione pari a 1,5 UFL/die (4,5 x 1/3). L'adozione di questo valore è giustificata anche dal fatto che il razionamento durante l'accrescimento e la prima gestazione non sempre è corretto. Dopo il parto è facile osservare, infatti, in molti allevamenti un notevole scadimento delle condizioni generali delle primipare anche quando durante la gestazione il loro tono e il loro stato di benessere appariva soddisfacente. Il benefico effetto che gli ormoni della gravidanza esercitano sullo stato di nutrizione spesso mascherano, infatti, deficienze nutritive che si manifestano quando cessa la loro azione.

            A parte questa considerazione bisogna tener presente che l'età al primo parto della bufala mediterranea italiana nel 1999 (dati A.I.A.) è risultata 3 anni, 4 mesi e 4 giorni e quindi più alta di 8 mesi rispetto alla Bruna (2 anni, 8 mesi e15 gg) e di 10 mesi rispetto alla Frisona Italiana (2 anni, 5 mesi e 8 gg). All'aumentare dell'età, come è noto, peggiora l'efficienza di trasformazione degli alimenti e di conseguenza il fabbisogno in energia per l'incremento ponderale dopo il primo parto nella bufala deve ritenersi superiore a quello che si attribuisce alla vacca da latte fino a quando prove sperimentali non chiariranno meglio questo aspetto.

            La supplementazione energetica suggerita va, ovviamente, sommata ai fabbisogni e nelle mandrie in cui non si effettua una separazione dei soggetti in funzione dell'età il suddetto surplus energetico va aggiunto alla razione di gruppo tenendo conto dell'incidenza dei soggetti di primo parto.

 Razionamento energetico

             Finora abbiamo riferito sugli aspetti teorici, riteniamo opportuno riferire sulla applicazione in campo del soddisfacimento dei fabbisogni energetici. Se non si usufruisce di determinate apparecchiature (trasponder), di solito in campo si attua un razionamento di gruppo utilizzando, almeno in Italia, la tecnica "unifeed".

            Come abbiamo già riferito, almeno nella realtà del Mezzogiorno d'Italia dove il numero di capi per ha supera mediamente le 6 unità, le diete per bufale vengono formulate con un'incidenza di foraggi sulla s.s. di circa il 50% e una percentuale di NDF superiore al 40%; con tali diete si registra una ingestione di s.s. pari a 275 g per kg di latte ECM cui vanno sommati 91 g di s.s. per kg di peso metabolico (Campanile et al., 1997a, 1997b).

            Nelle tabelle che seguono si riportano produzioni di latte con l'8,38% di grasso e 4,73% di proteine (tab. 6), che rappresenta la media registrata in Italia dall'Associazione allevatori nel 1998 su 19.938 lattazioni con media pro capite di kg 2063. Vengono riferiti, inoltre, i dati inerenti a un'azienda (tab. 7), controllata dal nostro Dipartimento (8,73 di grasso, 4,68 di proteine, kg 2873) e a un'azienda (tab. 8) con caratteristiche del latte scadenti (7,5% di grasso e 4,1% di proteine). Si è ritenuto opportuno riportare anche i dati per un latte di vacca di comune tipologia (tab. 9).

            A parità di composizione chimica, in ciascuna tabella si riportano in ciascuna riga la produzione per lattazione, la corrispondente produzione giornaliera di latte e di ECM, nonché l'ingestione di sostanza secca e i fabbisogni in energia (UFL). In funzione di questi ultimi due dati si riferisce anche la densità energetica per kg di sostanza secca teoricamente ingerita (bufala del peso di 650 kg) che occorre per coprire i fabbisogni di produzione e quelli per  il recupero del calo peso. Si è ritenuto utile riportare, inoltre, anche la densità energetica necessaria a far fronte al fabbisogno determinato dalla presenza del 20% di primipare che nel corso della prima lattazione devono completare lo sviluppo incrementando 333 g/die.

            Dall'esame delle tabelle traspare che la densità energetica occorrente mediamente nel corso della lattazione risulta pari a 0,84, 0,86, 0,93 e 0,97, rispettivamente per mandrie con produzione media di 2063 pari a ECM 3135 (tab.8) e 3495 (tab.6), 2873 pari a ECM 4967 (tab. 7) e 3391 pari a ECM 5862 (tab. 7) kg per lattazione.

            Se si raffrontano le densità energetiche suggerite per le bufale con quelle riportate per la vacca (tab. 9) traspare che, a parità di FCM 4% e di ECM, le densità energetiche per la vacca risultano inferiori; ciò non deve meravigliare in quanto il latte prodotto deriva da una lattazione di 270 e 305 giorni rispettivamente per la bufala e la vacca il che comporta, a parità di produzione per lattazione, una maggiore produzione/die nella bufala. I valori di densità energetica finora riferiti possono essere più bassi nel caso di soggetti che pesano oltre 650 kg ma devono aumentare nel caso opposto. Analogamente l'ingestione di sostanza secca può variare in funzione dell'ingombro e dell'appetibilità della dieta e della velocità di transito degli alimenti.

Tabella 6 - Produzione giornaliera e per lattazione espressa come latte di bufala con 4,73% di proteine e 8,38% di grasso e come ECM, relativi fabbisogni energetici e variazioni di peso con una dieta costantemente caratterizzata da 0,92 UFL/kg di s.s. e giorni occorrenti (days) per riportare al peso iniziale i soggetti penalizzandoli di 3 UFL/d durante l'asciutta.

 

 

 

Ingestione/g

 

 

 

 

 

UFL/kg SS /DM

 

 

Produzione di latte

ECM (kg)

 

 

Recupero di peso

 

 

kg/giorno

kg/ 305 giorni

 

giorno

Kg/ 270 giorni 

SS/ D.M (kg)

UFL

 

 

+20%

primipare

Variazione
 di peso

Giorni

5,64

1523

9,56

2580

13,49

10,33

0,77

0,78

0,81

90

105

7,64

2063

12,94

3495

14,42

11,82

0,82

0,84

0,86

50

59

10,64

2873

18,03

4867

15,82

14,06

0,89

0,91

0,93

- 9

- 10

12,56

3391

21,29

5748

16,72

15,49

0,93

0,95

0,97

- 47

- 54

13,99

3777

23,72

6404

17,39

16,56

0,95

0,98

0,99

- 75

- 88

15

4050

25,41

6861

17,85

17,31

0,97

0,99

1.01

- 95

- 111

20

5400

33,88

9148

20,18

21,03

1,04

1,07

1,08

- 193

- 226

25

6750

42,35

11436

22,51

24,76

1,10

1,12

1,14

- 291

- 341

Tabella 7 - Produzione giornaliera e per lattazione espressa come latte di bufala con 4,68% di proteine e 8,73% di grasso e come ECM, relativi fabbisogni energetici e variazioni di peso con una dieta costantemente caratterizzata da 0,92 UFL/kg di s.s. e giorni occorrenti (days) per riportare al peso iniziale i soggetti penalizzandoli di 3 UFL/d durante l'asciutta.

 

 

Ingestione/g

 

 

 

 

 

UFL/kg SS /DM

 

 

Produzione di latte

ECM (kg)

 

 

Recupero di peso

 

 

kg/giorno

kg/ 305 giorni  

giorno

Kg/ 270 giorni

SS/ D.M (kg)

UFL

 

 

 +20% primipare

Variazione
 di peso

Giorni

5,64

1523

9,75

2633

13,55

10,42

0,77

0,79

0,81

86

102

7,64

2063

13,21

3566

14,50

11,94

0,82

0,84

0,86

47

55

10,64

2873

18,39

4967

15,92

14,22

0,89

0,91

0,93

- 13

- 15

12,56

3391

21,71

5862

16,84

15,68

0,93

0,95

0,97

- 52

- 60

13,99

3777

24,2

6535

17,52

16,78

0,96

0,98

1,00

- 81

- 94

15

4050

25,93

7002

18,00

17,54

0,97

1,00

1.02

- 101

- 118

20

5400

34,58

9336

20,37

21,34

1,05

1,07

1,09

- 201

- 234

25

6750

43,22

11669

22,75

25,14

1,11

1,13

1,15

- 302

- 352

30

8100

51,86

14003

25,13

28,95

1,15

1,18

1,19

- 403

- 469

 

 Tabella 8 - Produzione giornaliera e per lattazione espressa come latte di bufala con 4,10% di proteine e 7,50% di grasso e come ECM, relativi fabbisogni energetici e variazioni di peso con una dieta costantemente caratterizzata da 0,92 UFL/kg di s.s. e giorni occorrenti (days) per riportare al peso iniziale i soggetti penalizzandoli di 3 UFL/d durante l'asciutta.

 

 

 

Ingestione/g

 

 

 

 

 

UFL/kg SS /DM

 

 

Produzione di latte

ECM (kg)

 

 

 Recupero di peso

 

 

kg/giorno

kg/ 305 giorni

 

giorno

Kg/ 270 giorni

SS/ D.M (kg)

UFL

 

 

 +20% primipare

Variazione di peso

Giorni

5,64

1523

8,57

2314

13,22

9,90

0,75

0,77

0,79

101

118

7,64

2063

11,61

3135

14,06

11,23

0,80

0,82

0,84

60

77

10,64

2873

16,17

4366

15,31

13,24

0,86

0,89

0,91

13

15

12,56

3391

19,08

5153

16,11

14,82

0,92

0,93

0,95

- 21

- 25

13,99

3777

21,28

5745

16,72

15,49

0,93

0,95

0,97

- 47

- 54

15

4050

22,80

6155

17,13

16,16

0,94

0,97

0,98

- 64

-75

20

5400

30,40

8207

19,22

19,50

1,01

1,04

1,05

- 153

- 178

25

6750

37,99

10258

21,31

22,84

1,07

1,10

1,11

- 241

- 281

30

8100

45,59

12310

23,40

26,19

1,12

1,15

1,16

- 330

- 386

 Tabella 9 - Produzione giornaliera e per lattazione riferita ad un latte bovino con il 3,1% di proteine e il 3,5% di grasso e all'ECM e relativi fabbisogni energetici; variazioni di peso con una dieta costantemente caratterzzata da 0,92 UFL/kg di s.s. e giorni occorrenti per riportare al peso iniziale i soggetti penalizzandoli di 3 UFL/d durante i 120 giorni di asciutta.

 

 

Ingestione/g

 

 

 

 

 

UFL/kg SS /DM

 

 

Produzione di latte 

ECM (kg)

 

 

 Recupero di peso

 

 

kg/giorno

kg/ 305 giorni

 

giorno

Kg/ 270 giorni

SS/ D.M (kg)

UFL

 

 

 +20% primipare

Variazione di peso

Giorni

5,64

1720

5,22

1591

12,30

8,42

0,68

0,70

0,72

161

187

7,64

2330

7.07

2155

12,81

9,24

0,72

0,74

0,76

136

159

10,64

3245

9,84

3002

13,57

10,46

0,77

0,79

0,81

100

117

12,56

3830

11,61

3542

14,06

11,24

0,80

0,82

0,84

77

90

13,99

4266

12,94

3946

14,42

11,82

0,82

0,84

0,86

59

69

15

4575

13,88

4232

14,68

12,23

0,83

0,85

0,87

47

55

20

6100

18,50

5642

15,95

14,27

0,89

0,91

0,93

- 13

- 16

25

7625

23,13

7053

17,22

16,30

0,95

0,97

0,98

- 74

- 86

30

9150

27,75

8464

18,50

18,34

0,99

1,01

1,03

- 135

- 157

 In funzione di questi fattori andrà variata la quantità di energia somministrata diluendola o concentrandola nelle effettive quantità di sostanza secca ingerita dal gruppo tenendo in considerazione sempre il BCS della mandria. Le citate tabelle consentono di calcolare la razione per una produzione giornaliera standard o possono essere utilizzate per simulare - con opportune interpolazioni - una curva di lattazione. Nella fase in cui, ad esempio, le bufale (tab 7) di una mandria da 2873 kg (media giornaliera di kg 10,64, e con un'incidenza del 20% di primipare) sono a 100 gg dal parto e producono 14 kg/die di latte, il consumo di s.s. è più elevato (kg 17,52) e occorre formulare una dieta con densità energetica pari a 1 UFL/kg s.s. per poi ridurla via via che diminuisce il consumo di sostanza secca. All'aumentare del consumo di s.s. incrementa la densità energetica della dieta . Ciò è comprensibile se si considera che la differenza tra la produzione più bassa e quella più alta riportata in tab. 7 è di 24,36 kg, mentre per l'ingestione di s.s. e il fabbisogno in UFL la suddetta differenza risulta rispettivamente di kg 11,58 (kg 25,13 - kg13,55) e di UFL 18,53 (UFL 28,95 - UFL10,42). In definitiva all'aumentare di ogni 1 kg di latte l'ingestione cresce di kg 0,475 (30-5,64 =24,36; 11,58/24,36 = 0,475) mentre il fabbisogno di 0,761 UFL (30-5,64 =24,36; 18,53/24,36 = 0,761). Ne consegue che al crescere della produzione deve necessariamente aumentare la densità energetica della dieta, anche perché esiste un limite alla capacità di ingestione di s.s. in quanto essa non può eccedere i quantitativi che sono condizionati dal peso vivo. Ne consegue che la crescita del livello produttivo della mandria è possibile se al crescere della potenzialità genetica aumenta la mole dei soggetti o la loro capacità di trasformare gli alimenti in latte.

            A conforto dei dati che abbiamo riferito, riportiamo in Figura 7 l'andamento della produzione/die di latte e la percentuale di grasso in funzione della distanza dal parto registrato in tre anni in un'azienda che è collegata con il nostro Dipartimento e i cui soggetti ricevono una dieta caratterizzata da 0,93 UFL/kg s.s.. Da essa traspare che all'abbassarsi della produzione si eleva il tenore lipidico del latte e che questo si abbassa al crescere della produzione (vedi tra 90 e 100 giorni dal parto quando la mandria supera i 14 kg di latte). Ciò dimostra che, nella suddetta fase di lattazione, i soggetti, anche quando ricevono una dieta caratterizzata da 0,93 UFL/kg s.s., non riescono a coprire i fabbisogni. Il tenore lipidico del latte è, infatti, inferiore a quello medio dell'intera lattazione (8,73%).

            Nella Figura 8 si evince, inoltre, che lo stesso fenomeno si riscontra quando nei primi 100 giorni dal parto la mandria supera i 22 kg di ECM. E' solo dopo i 100 giorni dal parto che, aumentando i consumi di sostanza secca, il tenore lipidico del latte raggiunge e supera l' 8% anche per produzioni superiori ai 22 kg di ECM .

            Ultimata la fase di recupero (dopo i 150 gg di lattazione) i soggetti ingeriscono oltre i fabbisogni e tendono a depositare riserve in misura inversamente proporzionale alla loro produzione. In questa fase bisognerebbe abbassare la densità energetica e ridurre drasticamente l'incidenza degli N.S.C. e soprattutto dell'amido; l'incidenza di quest'ultimo non dovrebbe superare il 18% in quanto favorisce l'ingrassamento e accorcia la lunghezza della lattazione. Sarebbe consigliabile spostare i soggetti meno produttivi e sottoporli a una dieta caratterizzata da un maggior tenore in foraggi e/o in pareti cellulari. Tale accorgimento da noi praticato nel passato non si è rivelato molto utile in quanto la bufala ha mostrato una elevata sensibilità a questi cambiamenti sia per fattori gerarchici sia perché non essendo un animale da latte risponde negativamente, e in maniera più accentuata della vacca, alla restrizione alimentare. Fa registrare, infatti, perdite di latte che, sotto il profilo economico, sono superiori al beneficio che deriva dal risparmio del costo di alimentazione (Campanile et al., 1996). Tale suggerimento valido per l'Italia, dove il prezzo di un kg di latte equivale a circa 6 volte il prezzo dell'unità nutritiva, difficilmente è estrapolabile ad altre realtà produttive.

            L'ingrassamento dei soggetti è da considerarsi, pertanto, sotto il profilo economico un male necessario in quanto la bufala non avendo acquisito ancora un habitus lattifero riesce a persistere nella lattazione solo se riceve una dieta superiore ai suoi fabbisogni reali. L'eccessiva deposizione di adipe, si verifica, del resto, in maniera accentuata prevalentemente nei soggetti che allungano la lattazione oltre i 270 giorni per problemi di fertilità (è l'ipofertilità,  almeno nelle pluripare, a far ingrassare i soggetti e non l'eccessiva pinguedine a ingenerare ipofertilità) o in quelli meno produttivi. Negli altri l'ingrassamento è meno evidente e lo spreco effettuato in lattazione può efficacemente essere recuperato durante l'asciutta se, durante tale fase, fossero costituiti due gruppi in funzione del BCS raggiunto a fine lattazione. La restrizione energetica praticata nei soggetti più grassi durante l'asciutta dovrebbe preservare, comunque, una parte di adipe (BCS 3,5 - 4) accumulato durante la lattazione in quanto è questo più efficacemente mobilizzabile dopo il parto. Tale tecnica consentirebbe di recuperare lo spreco economico operato in lattazione. Andrebbero, in ogni caso, garantiti i fabbisogni in proteine, minerali e vitamine.


 


            Nelle tabelle 6, 7 e 8 emerge chiaramente che se per bufale di 650 kg di peso vivo si adottasse una dieta con 0,92 UFL/kg s.s. per tutta la lattazione soltanto le bufale con produzioni inferiori a 2.063 kg/lattazione necessiterebbero di una restrizione di 3 UFL/d per ritornare in peso.

            La densità energetica suggerita non deve meravigliare in quanto la bufala ingerisce una quantità di sostanza secca che è proporzionale alla sua produzione in latte corretto e al suo peso vivo. In altri termini è la stessa produzione a regolare il suo appetito e lo stato di ingrassamento si verifica se la dieta è particolarmente ricca in amido o esiste una sproporzione tra questo e le proteine assunte. Tale fenomeno si verifica soprattutto nelle aziende in cui si superano i 25 kg di silomais, si fa eccessivo uso di granelle prodotte in azienda (orzo e mais) e nel contempo l'integrazione proteica non è corretta. Meno evidente, a parità di integrazione proteica e di densità energetica adottata, infatti, risulta l'ingrassamento negli allevamenti in cui si usa l'insilato primaverile.

Nel passato le bufale erano sicuramente più magre, presentavano una glicemia e una colesterolemia più bassa ma erano meno produttive e soprattutto fornivano un latte con una composizione chimica diversa. Nel 1978, anno del primo controllo funzionale, la produzione media di latte fu di kg 1641 con un tenore lipidico del 6,42%.

Fabbisogno proteico

            Nella parte iniziale di questo contributo abbiamo dimostrato come per le caratteristiche del suo latte il fabbisogno proteico della bufala, a parità di energia prodotta, è inferiore a quello della vacca (tab. 11).

In condizioni di sopravvivenza in ambienti difficili ciò è vero e la bufala, grazie ad un efficiente riciclo dell'urea, riesce a far fronte alle carenze proteiche. Queste acquisizioni non sono del tutto estrapolabili in campo. Una delle caratteristiche che contraddistingue la bufala è quella di attaccare e fermentare le proteine a livello ruminale molto più velocemente rispetto alla vacca. Rispetto a questa, inoltre, l'alimento permane per più tempo nel rumine ma per meno tempo nell'intestino (Bartocci et al., 1997). Questa caratteristica fa sì che siano poche le proteine che by - passano il rumine e siano direttamente utilizzabili a livello intestinale (Di Lella et al., 1995). Tale aspetto non è tuttavia, pregiudizievole, così come lo è nella vacca per quanto riguarda i danni da eccessi proteici. In Italia durante la primavera le bufale al pascolo sovente assumono anche il 30% in più delle proteine rispetto ai fabbisogni senza per questo palesare i danni che si verificano nella vacca (danni agli unghioni, mastiti, alcalosi e ipofertilità).

            Alla luce delle su riportate considerazioni riteniamo che sia veramente difficile puntualizzare il fabbisogno proteico della bufala in quanto, a differenza di altri ruminanti, in questa specie il calcolo si complica in funzione dello stato metabolico del soggetto ed in particolare della sua capacità di risparmiare di cui dispone. Viene, così, in parte vanificato il calcolo che si effettua sul rapporto ingesta/escreta, anche se integrato da quello delle proteine by-pass.

            Nella pratica del razionamento, nelle more che venga messo a punto un sistema veramente affidabile, riteniamo che per la stima dei fabbisogni l'impiego delle proteine grezze, che finora ha fornito risultati accettabili, sia sufficientemente valido. Se nella dieta entrano a far parte   alimenti di cui è nota la quota di proteine degradabili, suggeriamo di non superarne il 70% per tenori proteici inferiori al 14% della sostanza secca e di abbassare detta quota al 67-64% per razionamenti più spinti.

            Nel razionamento noi consideriamo un fabbisogno di mantenimento di 700 gr di proteine grezze per una bufala di 650 kg che sono stimabili in circa 400 gr di PDI del sistema francese (3,25 g di PDI x kg di P.M.). Per il recupero di peso attribuiamo, sempre secondo il sistema francese, un fabbisogno di PDI di 300 gr che è stimabile in circa 500 g di P.G. per kg di recupero di peso vivo da aggiungere agli altri fabbisogni (177 g di P.G. x 333 g/die di incremento). Per quanto riguarda il latte, a causa della variabilità del tenore proteico, preferiamo considerare un fabbisogno di 2,742 g di P.G. per grammo di proteina sintetizzata nel latte in quanto per la vacca si suggeriscono 85 g di P.G. per un kg di latte col 3,1% di proteine (85/31 = 2,742).

            In funzione di quanto premesso nelle tabelle 10 e 11 vengono riferiti i fabbisogni per le stesse classi di produzione e con suddivisioni analoghe a quelle riferite per i fabbisogni energetici. In tabella 12 i dati vengono riferiti alla produzione per lattazione.

            La percentuale di proteine sul secco, a parità di produzione di latte corretto risulta, a differenza che per l'energia, più alta nella vacca per quanto finora riferito.

            Per produzioni inferiori a 2000 kg per lattazione sarebbero sufficienti percentuali di proteine sul secco inferiori al 12% è ciò è tanto più vero quanto più le bufale assumono una quantità di sostanza secca superiore a quella teoricamente possibile in funzione del peso vivo.

Anche nel caso del razionamento proteico valgono le stesse considerazioni fatte per quello energetico: al diminuire della produzione dovrebbe diminuire la percentuale di P.G. sulla s.s. . Ciò suggerirebbe, al diminuire della produzione, di inserire i soggetti in un gruppo che andrebbe sottoposto a diete caratterizzare da un minore tenore energetico e proteico. Tale tecnica, come abbiamo già riferito, comporta perdite di latte che non compensano il risparmio ottenuto con il razionamento.

La stessa considerazione vale quando la mandria si trova a fine lattazione e produce meno di 4,5 kg di latte.

Osservazioni sul razionamento proteico

            In merito al razionamento proteico non bisogna dimenticare che verosimilmente le proteine oltre ad avere funzione plastica esercitano effetti metabolici non ancora chiari. Nella nostra esperienza sono comparse le prime bufale con produzioni pro die superiori ai 20 kg solo quando l'incidenza delle proteine sul secco ha superato il 15% senza peraltro che avessimo riscontrato effetti collaterali sullo stato di salute dei soggetti meno produttivi.

            All'inizio della lattazione per la minore ingestione si consiglia di incrementare del 10% l’apporto proteico. Tale suggerimento scaturisce da prove effettuate presso il nostro Dipartimento. I soggetti che producono oltre 20 kg di ECM e assumono una sostanza secca con il 13,5% di P.G./s.s. presentano tra l'11° e il 32° giorno post-partum valori di azotemia bassi che si elevano tra 70 e 110 giorni allorché aumenta l'ingestione di sostanza secca. L'esame dei dati ci ha portato a concludere che tra l'11° e il 32° giorno post-partum l'assunzione di sostanza secca è compresa tra i 13 e i 16 kg e il fabbisogno proteico non è coperto se la dieta presenta meno del 13,5% di P.G. (Campanile et al., 1995). In queste bufale si è notata una intensa lipomobilizzazione con incremento dei NEFA soprattutto all'esordio della lattazione. Nella vacca da latte bassi valori azotemici comportano un incremento del GH che stimola la lipomobilizzazione, inibisce l'attività dell'insulina e rende disponibile l'azoto tissutale al fine di soddisfare i fabbisogni proteici ed energetici (Ndibualonji et al., 1995).

            Nelle aziende in cui si somministra una dieta caratterizzata da più alti tenori proteici, che riteniamo più rispondente a soddisfare i fabbisogni di inizio lattazione, non si riscontrano bassi valori di azotemia (Campanile et al., 1997c e 1997d). In questi soggetti la maggiore disponibilità di chetoacidi, che normalmente derivano dal metabolismo proteico, favorisce la sintesi di glucosio. E' per tale motivo che la glicemia risulta più elevata nei soggetti alimentati con eccesso proteico. Gli alti valori di glucosio ematico e i bassi valori di insulina, fisiologici nella prima fase della lattazione, garantiscono alla mammella una maggiore disponibilità di glucosio per la sintesi di lattosio. I processi metabolici, che si innescano nei soggetti con eccesso proteico, contribuiscono, pertanto a ridurre l'output negativo del glucosio ad inizio lattazione. Spires and Clark (1979) hanno notato che alti livelli di NH3 nei vitelloni determinano un cattivo utilizzo del glucosio in quanto viene favorita la glicogenolisi.

Tabella 10 – Fabbisogni in PG (g/giorno).

 

Fabbisogni di PG (g/giorno)

Fabbisogni di PG + incremento di peso (g/giorno)

 

Buf

Buf

Buf

Bov

Buf

Buf

Buf

Bov

% Grasso/ Fat

 7,5

 8,4

 8,7

3,5

 7,5

8,4

 8,7

3,5

% Proteine

4,1

4,7

4,7

3,1

4,1

4,7

 4,7

3,1

Latte (kg/d)

 

 

 

 

 

 

 

 

5,64

1334

1432

1424

1179

1359

1446

1450

1199

7,64

1559

1691

1680

1349

1588

1709

1712

1372

10,64

1896

2080

2065

1604

1931

2102

2104

1631

12,56

2112

2329

2312

1767

2151

2353

2355

1796

13,99

2274

2516

2497

1889

2316

2542

2543

1920

15

2386

2645

2625

1975

2430

2673

2674

2007

20

2948

3294

3267

2400

3003

3328

3327

2439

25

3511

3942

3908

2825

3576

3984

3981

2871

30

4073

4591

4550

3250

4148

4639

4634

3303

 

Tabella 11 – Fabbisogni in PG (g/kg SS).

 

Fabbisogni di PG + incremento di peso (g/kg SS)/

Fabbisogni di PG + incremento peso + 20% di primipare/kg/SS

 

 

Buf

Buf

Buf

Bov

Buf

Buf

Buf

Bov

 

% Grasso

 7,5

 8,4

 8,7

 3,5

 7,5

 8,4

 8,7

 3,5

 

% Proteine

 4,1

 4,7

 4,7

 3,1

 4,1

 4,7

 4,7

 3,1

 

Latte/ Milk (kg/d)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5,64

105

109

109

99

107

112

112

102

 

7,64

115

121

120

109

118

123

123

112

 

10,64

129

135

135

122

131

138

137

125

 

12,56

136

143

143

130

138

146

145

132

 

13,99

141

149

148

135

143

151

150

138

 

15

145

153

151

139

147

155

153

141

 

20

159

168

166

155

161

170

168

158

 

25

171

180

178

169

173

182

180

172

 

30

181

190

188

182

182

192

189

184

 
                     

 

Tabella 12 - Produzione giornaliera e per lattazione di latte normale e ECM e relativa incidenza di P.G. su SS.

 

Produzione di latte per lattazione (kg)

Latte corretto
ECM x Buf and FCM 4% x Bov Kg/giorno

Fabbisogni di PG + incremento peso + 20% di primipare/kg SS

 

 

Buffalo

Bovine

Buf

Buf

Buf

Bov

Buf

Buf

Buf

Bov

 

Giorni

 270

 305

 270

270

270

305

270

270

270

305

 

% Grasso

 

 

7,5

8,4

8,7

3,5

7,5

8,4

8,7

3,5

 

% Proteine

 

 

4,1

 4,7

4,7

3,1

4,1

4,7

4,7

3,1

 

Latte (kg/d)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5,64

1523

1720

2314

2580

2633

1591

107

112

112

102

 

7,64

2063

2330

3135

3495

3566

2155

118

123

123

112

 

10,64

2873

3245

4366

4867

4967

3002

131

138

137

125

 

12,56

3391

3830

5153

5748

5862

3542

138

146

145

132

 

13,99

6404

4266

5745

6404

6535

3946

143

151

150

138

 

15

4050

4575

6155

6861

7002

4232

147

155

153

141

 

20

5400

6100

8207

9148

9336

5642

161

170

168

158

 

25

6750

7625

10258

11436

11669

7053

173

182

180

172

 

30

8100

9150

12310

13723

14003

8464

182

192

189

184

 

Fabbisogni in Ca e P.

            Il latte di bufala presenta 1,8 - 2 g di Ca e 1,1 - 1,2 g di P per kg. Per quanto riguarda il mantenimento si rimanda ai fabbisogni suggeriti per la bovina dall'INRA (Jarrige, 1988) per la produzione di latte noi calcoliamo i fabbisogni tenendo conto che se per un kg di latte di vacca occorrono 3,5 g di Ca (1,2 g per kg di latte), per quello di bufala ne occorreranno 5,25 - 5,8 e parimenti per il P, il cui fabbisogno è di 1,7 (0,9 g per kg di latte) per la vacca, sarà pari a 2,1 - 2,3 g per la bufala.

            Le quantità di Ca e P nella dieta devono essere proporzionali al tenore energetico e proteico al fine di coprire i fabbisogni di produzione garantiti da questi ultimi.

            Particolarmente importante è l'integrazione minerale in asciutta (Zicarelli L., 2000) . Per la caratteristiche delle diete utilizzate in Italia sovente si verificano carenze di Ca o di P o entrambe. In particolare quella di  P è la più frequente ed una delle principali cause del prolasso utero vaginale. Bisogna ricordare che il più lungo periodio dell'asciutta nel bufalo vs la vacca moltiplica eventuali, anche se minimi, errori di razionamento in questo periodo. Una carenza giornaliera di 10 grammi di P o di Ca determina per un'asciutta di 120 giorni un depauperamento di 1200 g che equivale rispettivamente al 24% del P e al 13,3% del Ca contenuto nelle ossa.

            E' sempre opportuno conoscere la percentuale dei due minerali nei foraggi al fine di assicurare almeno 45 g di Ca e 50 g di P die. Eccessi di Ca durante l'asciutta causano ipoattività paratiroidea cui consegue al momento del parto il perdurare di bassi valori di calciemia. Nella vacca da latte ciò determina collasso puerperale talvolta accompagnato da prolasso dell'utero, nella bufala è quest'ultimo evento che si verifica con maggior frequenza.

 Considerazioni generali sul razionamento.

             Nelle tabelle (6, 7, 8, 10, 11) sono stati riportati i fabbisogni per produzioni variabili tra 5,64 e 30 kg che sono gli estremi che mediamente si osservano nelle bufale italiane. Sulla stessa riga della produzione giornaliera abbiamo riferito anche quella per lattazione ed i relativi fabbisogni. Nel considerare questi ultimi si dovrebbe tener conto del fatto che nella mandria coesistono soggetti a diversa potenzialità e che, al crescere della produzione, quelli con maggiore attitudine galattopoietica risultano i più penalizzati allorché l'ingestione di sostanza secca corrisponde a quella teorica (ma per i diversi motivi cui si è accennato, e per altri ancora, non sempre lo è). Sarà cura del tecnico tener conto del rapporto costo/benefici e dell'incidenza di eventuali campionesse nella mandria nel formulare il razionamento.

            Dalla nostra esperienza risulta che la suddivisione in più gruppi di produzione, in cui far ruotare i soggetti, o l'adozione di tecniche artificiose che complicano la gestione di mandrie di consistenza superiore ai 150 capi adulti, se da una parte risolve il problema degli sprechi dall'altro può penalizzare la produttività dell'allevamento.

            Più valida, a nostro avviso, risulta la suddivisione in due o più gruppi nei quali suddividere le bufale dopo il parto per sottoporle a una dieta uniforme per tutta la lattazione in funzione della diversa potenzialità produttiva (EBM). L'adozione di questa tecnica favorisce accumulo di riserve solo nei soggetti ipofertili che, avendo una lattazione più lunga, resteranno per più tempo ad un livello nutritivo elevato. La suddivisione dei soggetti in asciutta in almeno due gruppi nei quali adottare una dieta in funzione del grado di ingrassamento raggiunto a fine lattazione, è, a nostro avviso, l'accorgimento più pratico.

            Abbiamo più volte avuto modo di constatare che se la razione non consente alla bufala di sintetizzare un latte con il tenore lipidico consono al suo genotipo e alla fase di lattazione del momento, la produzione non risulta ottimale.

In particolare quando sono state esposte le considerazioni circa i fabbisogni energetici abbiamo affermato che la bufala cerca di adeguare il tenore lipidico del latte alla fase della lattazione. In carenza di energia modifica di poco la percentuale di grasso e flette la produzione ma più frequentemente non potendo produrre un latte con le caratteristiche dello stadio di lattazione in cui si trova flette entrambi. Ovviamente altri fattori si innescano in questo meccanismo, non ultimo l'interazione tra genotipo e caratteristiche del razionamento.

            Nelle figure 10 a e b si riporta l'andamento della produzione e del tenore lipidico del latte di bufale allevate in due aziende di cui una mantiene in un unico gruppo di lattazione (az.A) le bufale fino alla produzione di 4 - 5 kg e l'altra (az. B) sposta i soggetti in più gruppi al variare della produzione.

I dati sono stati desunti dai controlli funzionali dell'APA. In entrambi gli anni le bufale dell'allevamento A hanno presentato un incremento costante del tenore lipidico in funzione della distanza dal parto mentre quelle dell'allevamento B hanno posticipato a fine lattazione il suddetto incremento. La persistenza della produzione lattea, indipendentemente dal livello genetico delle due mandrie, è nettamente più favorevole nelle bufale dell'azienda A. In quelle dell'azienda B, invece, si nota un andamento della produzione e del tenore lipidico simile a quello delle bufale allevate in Campania negli anni 70 o a quello delle bufale brasiliane tenute allo stato brado che risentono della produzione stagionale del pascolo (Macedo et al., 1997). Il confronto tra le due aziende fornisce indirettamente una prova di quanto affermato.

            Siamo dell'avviso che nella pratica aziendale sia veramente difficile valutare la produzione lattea individuale in quanto la variabilità del tenore lipoproteico fa sì che 10 kg di latte possono equivalere a 13,9 (4% di proteine e 6,5% di lipidi) o a 18,6 (5% di proteine e 9,5% di lipidi) kg di ECM. Tutto ciò rende difficile praticare un razionamento rispondente alle effettive esigenze dei soggetti.

Nel caso in cui si volesse far ruotare i soggetti tra diversi gruppi di produzione bisognerebbe riferirsi esclusivamente ai kg di ECM. Ciò è possibile solo se si dispone della composizione chimica del latte cui normalmente provvede l'APA che attualmente invia i risultati non prima di 30 giorni dal prelievo. In futuro è probabile che con la telematica si disporrà dei risultati in più breve tempo e in tal caso la suddivisione delle bufale nei gruppi di produzione non comporterà gli inconvenienti attuali.

            Nel razionare una mandria è fondamentale ricordare che il latte di bufala è destinato esclusivamente al caseificio e che le caratteristiche chimiche da sole non sempre sono sinonimo di idonee attitudini casearie. A tal proposito riferiamo di alcuni esempi e di alcune prove sperimentali già date alle stampe in cui si dimostra come il razionamento non può derivare da un semplice calcolo matematico ma deve essere frutto di continue considerazioni e di rapporti frequenti tra allevatore e tecnico. Quest'ultimo, avvalendosi della sua capacità di osservazione, dotrà conciliare i fabbisogni teorici con quelli effettivi verificando il BCS della mandria e il consumo di sostanza secca in particolare. In bufale a metà lattazione (132 gg) abbiamo potuto verificare (Tab. 13), ad esempio, che razionamenti carenti mediamente in proteine grezze (- 30%) e/o in PDI (- 21%) alteravano l'indice crioscopico. Il riequilibrio proteico riportava in pochi giorni la crioscopia sui valori normali e incrementava anche il tenore proteico del latte (Campanile et al., 1998).

            In soggetti (Tab. 13) ad oltre metà lattazione (164 gg) alimentati con una dieta in cui l'apporto proteico in PG e in PDI risultava mediamente deficitario del 13% e che presentavano valori alterati di crioscopia, in seguito ad innalzamento del tenore protieco al 12%, valore che in linea teorica era eccedente i fabbisogni, ristabilivano valori normali di crioscopia. In questi soggetti l'integrazione proteica determinava anche un incremento del titolo di grasso.

Entrambe le diete di inizio e fine prova erano caratterizzate da un basso tenore di PG/SS (< 10%) e da un elevato rapporto NSC/PG (3,95 e 3,92 rispettivamente a 132 e 164 gg) mentre quelle della fase intermedia, con cui fu ristabilito l'indice crioscopico, furono formulate con un più alto tenore proteico (12%) e con un più basso rapporto NSC/PG (3,04 e 2,69 rispettivamente a 132 e 164 gg).

            All'inizio di entrambe le prove oltre all'indice crioscopico alterato si notò un valore di urea nel sangue superiore a quello teoricamente riscontrabile in funzione dei tenori proteici della dieta. In altri termini dopo un prolungato periodo di carenza proteica i valori di urea circolante si mantenevano su livelli tali da non denunziare la suddetta carenza. Dopo che fu aumentata la percentuale di proteine della dieta, inoltre, i valori di urea non furono diversi da quelli

di partenza. Una netta diminuzione dell'azotemia (e contemporaneamente dell'urea nel latte) si osservò, invece, quando si passò da un tenore proteico normale ad uno basso della dieta.

            Questi risultati indicano che la mancata copertura dei fabbisogni proteici e/o diete con basso tenore proteico, specialmente se caratterizzate da un rapporto NSC/PG elevato, prolungate per più tempo non determinano bassi valori di azotemia o di urea nel latte ma alterano l'indice crioscopico.



            Il livello di urea nel latte e nel sangue si riduce, invece, solo in seguito a bruschi abbassamenti del tenore proteico della dieta determinando abnormi valori dell'indice crioscopico. Poichè quest'ultimo parametro viene utilizzato per il pagamento del latte è opportuno nel formulare le razioni non utilizzare tenori proteici inferiori al 12% anche quando valori più bassi assicurerebbero la copertura dei fabbisogni.

            I valori di urea nel sangue e nel latte sono influenzati dal rapporto NSC/CP. In presenza di una maggiore quantità di energia fermentescibile disponibile per la microflora ruminale, infatti, l'ammoniaca che si forma può essere più efficacemente trasformata in proteine microbiche e ciò determina la produzione di una minore quantità di urea (Journet et al., 1975). Nella prova descritta un basso tenore proteico della dieta e un alto contenuto di NSC avrebbero dovuto determinare valori di urea nei liquidi biologici ancora più bassi. Tale evento non si è registrato; evidentemente nel bufalo si innesca un meccanismo che gli consente di utilizzare al meglio le fonti proteiche in periodi di carenza e  lo mette in condizione di sopravvivere nelle stagioni secche dei difficili ambienti tropicali. Nel caso di prolungata assunzione di basse concentrazioni proteiche il bufalo è in grado, riducendo il turnover aminoacidico tissutale, di massimizzare l'utilizzo delle fonti azotate finalizzandole, tramite un ottimale impiego della materia organica fermentescibile, alla produzione batterica (Bertoni et al., 1993). Il bufalo è in grado di trasformare, inoltre, le fonti azotate in proteine anche in carenza di energia e meglio di quanto non sia in grado di fare il bovino (Langer, 1969) in quanto possiede un ambiente ruminale più favorevole alla crescita di microrganismi che utilizzano l'azoto non proteico. In definitiva rispetto alla vacca la bufala è in grado di adattarsi alla carenza proteica (Bertoni et al., 1993)  anche quando il rapporto energia/proteine non è ottimale.

            Ne sono prova indiretta gli scarsi o nulli effetti negativi delle diete iperproteiche sull'integrità degli unghioni e sullo stato di salute della bufala, eventi questi che si riscontrano nella pratica corrente con diete ricche di trifoglio alessandrino nei paesi tropicali a Nord dell'equatore o quando in primavera si utilizza il regime verde in alcune pianure dell'Italia meridionale.

            Un abbassamento dei livelli di urea in circolo, in seguito alla riduzione della concentrazione proteica, si è verificato con diete caratterizzate da alti valori di energia fermentescibile. Non è da escludere che queste, favorendo l'innalzamento dell'insulinemia, abbiano ridotto o bloccato il normale breakdown degli aminoacidi contribuendo, così, a ridurre il livello di urea circolante.

            Abbiamo effettuato successivamente altre esperienze anche se i dati non sono stati esaminati in maniera così particolareggiata.

Ad inizio lattazione (Tab. 14) in soggetti scarsamente produttivi (5,5 kg di latte) un deficit proteico del 25% e un deficit energetico teorico del 2,4% faceva riscontrare (Farm A) un alterato indice crioscopico e una bassa acidità titolabile (SH); anche in questo caso la correzione della dieta normalizzava la crioscopia, l'acidità titolabile e la lavorabilità (caseificabilità) del latte mentre  incrementava in maniera insignificante la produzione.

            In un altro allevamento (Farm B) fu riscontrata un'acidità titolabile bassa in bufale ad inizio lattazione (Tab. 14) che ricevevano una razione che apparentemente soddisfaceva i fabbisogni produttivi, (solo quelli proteici erano deficitari di appena il 20%). L'incremento del tenore proteico  (14,12 vs 9,73%) ed energeticco (0,9 vs 0,82 UFL/ kg s.s.) della dieta riportò l'acidità titolabile alla norma. Anche in questo caso la quantità di latte aumentò solo lievemente.

            Il mancato incremento della produzione in questi due ultimi esempi dimostra che quando la bufala produce più di quanto è teoricamente consentito dalla razione (il soddisfacimento del fabbisogno proteico sembra particolarmente importante), il latte non è ottimale per il caseificio. Il raffronto tra la produzione e la dieta, peraltro, non sempre consente di esprimersi sull'effettiva copertura dei fabbisogni. Per il suo habitus costituzionale la bufala, come detto in premessa, presentando una scarsa capacità catabolica, produce ricorrendo solo in parte all'utilizzazione delle riserve. A secondo della fase di lattazione essa modifica le caratteristiche chimiche piuttosto che la quantità di latte o viceversa. Di solito è la verifica in caseificio che fornisce le indicazioni circa il reale soddisfacimento dei fabbisogni piuttosto che l'aumento o la diminuzione della quantità di latte prodotto. La correzione della dieta, infatti, non sempre comporta un incremento produttivo quando l'intervento viene effettuato lontano dal picco di lattazione.


Tabella 13 - Influenza della variazione della dieta sulla composizione chimica del latte.

DIM inizio prova

132 days

164 days

 

 

Prima

Dopo

Prima

Prima

Dopo

Prima

 

SS/ DMI (kg/d)

15,5

15,8

15,5

14,4

14,7

14,4

 

UFL/SS

0,83

0,83

0,83

0,84

0,84

0,84

 

PG %

8,7

12,3

8,7

9,9

12,1

9,9

 

PG ingerite (g)

1357

1943

1340

1435

1779

1426

 

PDI ingerite

852

1327

852

806

1022

806

 

ECM (kg)

17,17

17,79

16,41

12,87

13,53

12,41

 

Latte(kg)

10,26

10,46 A

9,2 B

7,61 a

7,62 a

6,51 b

 

Grasso %

8,42 a

8,24

9,10 b

8,49 A

9,27 a

10,09 Bb

 

Protein %

4,51 Aa

4,93 Ba

4,79 b

4,60

4,54

4,86

 

Proteine del late

463

516

441

351

346

316

 

Fabbisogni PG (g)

1969

2114

1908

1661

1648

1566

 

PG ingerite- Fabbisogni PG(g)

- 612

- 171)

- 568

- 227

+ 131

- 140

 

PG ingerite- Fabbisogni PG /Fabbisogni PG

- 31,1%

- 8,1

- 29,8%

- 13,7%

+ 7,9%

- 8,9%

 

PDI ingerite- Fabbisogni PDI

- 254

+ 63

- 231

- 127

+ 89

- 80

 

PDI ingerite- Fabbisogni PDI /Fabbisogni PDI

- 23,0%

+ 5,0%)

- 21,3%

- 13,6%

+ 5,4%

- 9,0%

 

Indice crioscopico

- 0,529 A

- 0,544 B

- 0,525 A

- 0,509 A

- 0,537 B

- 509 B

 

Azotemia (mmol/l)

6,1 A

6,4 A

3,9 B

5,2 A

6,1 A

3,4 B

 

Lettere differenti sulla stessa riga indicano significatività per P< 0,05 (minuscole) e P< 0,01 (maiuscole) 

Tabella 14 - Influenza della variazione della dieta sulla composizione chimica del latte nei primi 60 giorni dal parto.  

Azienda / Farm

A

B

 

 

Prima/ Before

Dopo/ After

Prima/ Before

Dopo/ After

 

SS ingerita (SSI) (kg/d)

10,8

15,3

15,23

19

 

SSI – Fabbisogni SS

- 2,37

+ 1,682

-

+ 3,55

 

UFL/SSI

0,87

0,89

0,82

0,90

 

UFL ingerite – Fabbisogni UFL

+ 0,42

+ 3,93

+0,38

+ 4,49

 

PG / CP %

9,1

15,1

9,73

14,1

 

PG ingerite/ CP intake (g)

983

2310

1482

2679

 

Fabbisogni PG/ CP requirement

1311

1412

1864

1925

 

ECM

7,89

9,52

15,37

16,17

 

Proteine del latte/Milk protein

223

260

425

447

 

PG ingerite – Fabbisogni PG

CP intake - CP requirement (g)

- 328

(- 25%)

+ 898

(+ 63,6%)

- 382

(- 20,5%)

+ 754

(+ 39,2%)

 

Grasso / fat %

6,8

7,4

7,5

7,79

 

Indice crioscopico / Milk freezing point °C

- 0,521

- 0,532

- 0,531

- 0,535

 

SH°

6,1

8,8

6,6

8,4

 

Cenni sull'influenza delle caratteristiche della dieta sulla produzione quanti - qualitativa del latte.

            Le numerose ricerche fatte per dimostrare la migliore efficienza della bufala nel digerire foraggi grossolani ha fornito dati di indubbio interesse anche se essi non sono ancora pienamente utilizzabili nella pratica del razionamento in quanto l'utilizzazione dei foraggi grossolani decresce, come abbiamo già riferito, al crescere della digeribilità della dieta. A tal proposito riferiamo su alcune esperienze che abbiamo accumulato nel corso degli anni.

            Tra bufale sottoposte ad una o a due mungiture (dati di oltre 10.000 lattazioni) quelle che vengono munte due volte presentano un più elevato tenore lipidico nel latte e una maggiore produzione. Queste ultime entrando due volte in sala di mungitura ricevono il doppio del concentrato e verosimilmente una dieta meno fibrosa (Tab. 15). Il tenore proteico del latte risulta, invece, sovrapponibile.

Tale riscontro indurrebbe ad ipotizzare che la fermentescibilità della dieta, a differenza della bovina, abbia scarsa influenza sul tenore proteico del latte ma il continuo aumento di quest'ultimo tra il 1990 e il 1999 contraddice la suddetta tesi (Figura 11). L’aumento del tenore proteico, poiché non sono stati effettuati sistematici piani di miglioramento finalizzati al suo incremento , non può che essere ascritto al maggior impiego dei concentrati nel razionamento. L'apporto di foraggi/capo prodotti in azienda è, infatti, diminuito a causa dell'aumento del numero di capi/ha.

            In prove condotte (Tab. 15) da ricercatori del Dipartimento è emerso che a parità di cellulosa grezza le diete con più foraggio determinano una minore produzione di latte e un lieve miglioramento del tenore proteico, che dipende appunto dalla minore produzione (effetto diluizione). A parità di foraggi all'aumentare del tenore in cellulosa diminuisce la produzione e il tenore in grasso del latte. Ciò dimostra che più basso è il valore energetico dei foraggi minore dovrà essere il loro impiego, in caso contrario viene penalizzata la potenzialità produttiva dei soggetti; in altri termini l'incidenza dei foraggi nella dieta deve essere proporzionale alla loro qualità (Di Palo R., 1992)..

            L'influenza del razionamento sulla composizione chimica del latte dipende anche dallo stadio di lattazione. Nei primi due mesi, ad esempio, l'aumento della densità energetica ottenuta con l'impiego di saponi di calcio (0,905 vs 0,866) comporta un aumento di 1,4 kg di latte mentre scarso è l'effetto sulla composizione chimica (Tab. 16). Stessi risultati sono stati ottenuti con acidi grassi cristallizzati a freddo (Di Palo R., 1992; Di Palo et al, 1997).

A lattazione più avanzata l'impiego di entrambi non stimola la galattopoiesi ma incrementa il titolo in grasso.

            Non deve meravigliare se l'aumento della densità energetica della dieta, ottenuto con l'impiego di grassi by-pass, non sempre determina l'incremento del titolo lipidico del latte ma esplica un effetto positivo solo sulla quantità di latte prodotto.

            Gli effetti che scaturiscono dal loro impiego dipendono, infatti, dalla fase (catabolica o anabolica) della lattazione e dalla condizione metabolica del momento.

            Il latte, poichè deve soddisfare le esigenze del vitello, deve presentare tra l'altro una ottimale composizione acidica del grasso. Gli acidi grassi presenti nel latte sono per meno del 50% di derivazione ruminale, per meno del 20% riflettono quelli presenti negli alimenti (assorbimento intestinale) e per circa il 30% derivano dai trigliceridi ematici Questi ultimi passano nel latte, di solito, in misura proporzionale al tenore delle componenti lipidiche del sangue che a loro volta sono influenzate dal soddisfacimento del fabbisogno energetico. Ciò è tanto più vero se si considera che la presenza di pareti cellulari nelle diete per bufala è tale da garantire la funzionalità ruminale. Per tale motivo l'aumento del tenore lipidico del latte si verifica dopo la metà della lattazione epoca in cui si innalza l'insulina e aumentano i trigliceridi nel sangue in quanto i fabbisogni risultano generalmente coperti.

            La composizione acidica del grasso, nonostante che il tenore lipidico presenti ampie oscillazioni, subisce solo lievi modifiche nel corso della lattazione in quanto come già detto esso deve soddisfare primariamente le esigenze del vitello. Ne deriva che in carenza di una delle tre componenti (ruminale, intestinale o ematica) si modifica poco la composizione acidica e diminuisce la quantità di grasso nel latte.

Figura 11 - Andamento del tenore proteico (%) e lipidico (%) del       latte di bufala tra il 1990 e il 1999 (Dati A.I.A.)

            tenore proteico

            tenore lipidico

 

Tabella 15 - Influenza di alcuni fattori sulla produzione quanti qualitativa del latte

 

 

N° mungiture giornaliere

Foraggio (%) a parità di cellulosa grezza sulla s.s.

Cellulosa grezza (%) a parità di foraggi sulla s.s.

 

 

1

2

43

51

24

30

 

Latte / Milk (kg)

5,91

7,35

9,56

8,56

7,59

7,38

 

ECM (kg)

9,46

12,27

16,06

14,22

12,79

12,01

 

Grasso/ Fat (%)

7,8

8,4

8,53

8,27

8,45 b

7,98 a

 

Grasso/ Fat (g)

461

617

815

708

641

589

 

Protein / Protein (%)

4,5

4,5

4,46 a

4,56 b

4,58

4,55

 

Protein/ Protein (g)

266

331

426

390

348

336

 

Mozzarella (kg)

1,45

1,85

2,41

2,16

1,94

1,83

 

Δ in Lit./capo/die

 

+ 5.600

+ 3.500

 

+ 1.540

 

 

  

Tabella -16- Influenza di alcuni fattori sulla produzione quanti qualitativa del latte

 

Saponi di calcio /Calcium soaps

Acidi grassi cristallizzati a freddoCrio-crystallised fatty acids

 

 

UFL/kg SS nei primi 2 mesi di lattazione

UFL/kg SS nei primi 2 mesi di lattazione (dieta costante)

UFL/kg SS nei primi due mesi di lattazione (incrocio dei gruppi)

UFL/kg SS tra i 50 ed i 110 giorni di lattazione

 

 

0,905

0,866

0,923

0,851

0,923

0,851

0,944

0,875

 

Latte (kg)

14,02

12,63

9,83 a

7,6 b

10,31 A

8,39 B

8,71

8,50

 

ECM (kg)

23,35 a

20,39 b

16,09 a

12,07 b

15,85 a

14,33 b

14,14

12,5

 

Grasso (%)

8,14

7,8

8,21

7,71

7,76

8,65

8,04 a

7,49 b

 

Grasso (g)

1141 a

985 b

811 a

588 b

781

734

704 a

621 b

 

Proteine (%)

4,72

4,62

4,41

4,48

4,18 A

4,48 B

4,36

4,42

 

Proteine(g)

662

584

429 a

339 b

430

376

380

372

 

Mozzarella (kg/capo/d)

3,60

3,14

2,42

1,85

2,40

2,13

2,11

2,02

 

  E' per questi motivi che ad inizio lattazione l'impiego dei grassi protetti esplica un effetto favorevole sulla galattopoiesi in quanto va a colmare eventuali deficit energetici mentre successivamente - quando l'assunzione di sostanza secca si è normalizzata e, quindi, quando i precursori ruminali ed intestinali sono sufficienti - determina un incremento del titolo in grasso del latte.

            L'effetto che essi espletano dipende, oltre che dallo stadio di lattazione, anche dal livello produttivo: di solito i soggetti più produttivi incrementano o persistono nella produzione per più tempo mentre i meno produttivi incrementano il titolo in grasso del latte.

            In una specie a scarso habitus catabolico il loro impiego consente di massimizzare l'uso dei foraggi, favorisce la persistenza, riduce le perdite di peso e, a parità di densità energetica, permette di limitare il tenore in amidi che determinano ingrassamento, accorciano la lunghezza della lattazione e nella bufala non sono strettamente indispensabili per le sintesi batteriche.

            A tal proposito, contrariamente a quanto abbiamo precedentemente riferito circa la buona tolleranza agli eccessi proteici, la bufala non è in grado di mantenere la sua omeostasi in presenza di eccesso di zuccheri solubili+amido. D'estate, in Italia, nelle aziende in cui vengono somministrati quantitativi eccessivi (oltre 30 kg) di mais fresco o sorgo zuccherino l'acidità titolabile del latte aumenta fino a 12 SH° con ripercussioni negative sulla caseificabiltà. Frequentemente gli effetti del razionamento nella bufala sono meno evidenti di quelli che si osservano nella vacca da latte. La suddetta differenza è molto più evidente nel caso in cui il livello genetico della mandria non è elevato.

            In una recente prova, tesa a studiare l'effetto del razionamento sulla popolazione follicolare, due gruppi di bufale erano stati sottoposti a un diverso regime dietetico: costante (gruppo A: 0,9UFL/kg s.s.) e variabile (gruppo B: 0,9, 0,79, 0,76, 0,9, 0,68 e 0,9 UFL/kg s.s.).

            Nel periodo di restrizione dietetica, ottenuta sostituendo parte dell'unifeed con paglia, le bufale del gruppo B non sempre mostravano una flessione della produzione lattea proporzionale alla restrizione operata. In particolare esse diminuendo lievemente la quantità di latte adeguavano il tenore in grasso e in proteine alle caratteristiche della razione, utilizzando (Tab. 17) al massimo 400 g/die di riserve corporee (fase 2 e 5). In tabella la perdita di peso può essere desunta dalla carenza di UFL/die che è stata calcolata tenendo conto dell'energia presente nel latte vs quella assunta.

La differenza valutata in termini di kg di latte tra i due gruppi non è stata notevole (4,65%) in quanto i soggetti del gruppo B nei periodi in cui ricevettero la dieta caratterizzata da 0,9 UFL/kg s.s. (fase 6 e 8) produssero di più e annullarono in parte la differenza di latte prodotto. In ogni caso la minore quantità di latte fu molto più evidente (10,20%) allorché la produzione fu espressa in kg di ECM.

            Dall'esame dei dati finora riferiti traspare che durante il periodo sperimentale, che ha interessato una fase produttiva (129 - 263 gg dal parto) in cui si era già verificato il picco di lattazione ed era stato recuperato la maggior parte del calo peso, vi è stato uno spreco di 92 UFL (Tab. 17) nei soggetti del gruppo A. Se si sommano le suddette unità nutritive somministrate in eccesso a quelle risparmiate dalle bufale del gruppo B (- 21 UFL) risulta che queste ultime hanno consumato 113 UFL in meno che sono stimabili, valutando l'UFL a lire 400, in circa 45.200 lire. Tale risparmio viene ampiamente annullato (Tab. 18) dal ricavo derivante dalla differenza di circa 55 kg di latte (lire 120.000 = lire 2.200 x kg di latte) e ancor più di mozzarella prodotta (lire 3.048/capo/die x 135 gg = lire 411.000), calcolata applicando la formula di Addeo (resa in mozzarella = (3,5 x proteina% + 1,23 x grasso%) - 0,88). In definitiva la differenza nel ricavo tra le bufale dei due gruppi, al netto delle sole spese di alimentazione, ammonta a lire 326.000 e diventa di lire 458.000 se si considera soltanto la fase di carenza (Tab. 18).

            Questa prova, nata per altri scopi, fornisce indirettamente l'idea di ciò che si verifica quando le bufale vengono alimentate non secondo i fabbisogni ma in funzione della disponibilità foraggera aziendale o con razionamenti non corretti.

Dall'esame della tab. 18 traspare, infine, che nell'arco della prova la densità energetica della razione dei soggetti del gruppo B era sufficiente a coprire i fabbisogni ((14,09 kg ECM x 0,44 UFL) + 6 UFL)/(14,09 kg ECM x 0,275 g s.s.) + 11 kg s.s.)=0,82. Si è già esposto, trattando del razionamento, come sia necessario assicurare almeno 0,9 UFL/kg di s.s. per massimizzare l'efficienza produttiva; tale tesi risulta comprovata dai risultati di questa prova soprattutto se si tiene in considerazione che essi riguardano la seconda metà della lattazione (gli ultimi 135 giorni).

            Quando si esaminano i risultati di prove sperimentali nella bufala l'interpretazione non è agevole in quanto l'effetto di un trattamento può estrinsecarsi sulla produzione, sul tenore lipoproteico del latte, su entrambi o su uno dei due a discapito dell'altro per un effetto "diluizione". Più comprensibile appare il risultato se si valutano gli ECM o ancora meglio i kg di mozzarella prodotta. A tal proposito ci è sembrato utile riassumere in tabella 19 i kg di mozzarella prodotta/die nelle diverse prove cui abbiamo fatto cenno. Traspare chiaramente che la produzione di mozzarella/capo risulta maggiore  allorché si attua la doppia mungitura giornaliera (+ 27,6%), i soggetti ricevono una dieta caratterizzata da un'incidenza di foraggi inferiore al 50% (+ 11,5%) e di cellulosa grezza inferiore al 24% (+ 6%) e da una densità energetica elevata nella prima fase della lattazione (+ 14,6 ÷ 30,8%). Di poco momento è l'effetto (4,5%) dei grassi protetti oltre i 3 mesi di lattazione.

Se ciascun allevatore trasformasse il suo latte forse starebbe più attento al razionamento!

Un razionamento più rispondente alle esigenze dei soggetti si traduce in una maggiore produzione di mozzarella. Ciò dovrebbe spingere allevatori e trasformatori a formulare regole commerciali più rispondenti alle esigenze di entrambi, obiettivo quest'ultimo difficile da perseguire in quanto gli interessi non sempre sono univoci. Più semplice dovrebbe essere l'acquisizione di questi concetti quando trasformatore e allevatore si identificano in un solo imprenditore ma anche in questo caso la lungimiranza e la capacità di valutare il tornaconto economico sono capacità che non tutti possiedono.

   

 

Tabella 17 - Produzioni (gruppo A: dieta costante caratterizzata da 0,9 UFL/kg s.s.; gruppo B: dieta variabile) a diverse distanze dal parto.

 

 

 

 

Δ UFL (UFL/kg s.s.)

Latte kg

ECM kg

Proteine + lipidi (%)

 
 

 

gruppo

A

B

 

A

B

A

B

A

B

 

Fase/

Giorni di prova (Giorni lattazione)

 

 

UFL/kg s.s. 

 

 

 

 

 

 

 

1

12 (129÷140)

+ 0,04

+ 0,15

0,90

10,7

11,4

18,99

18,42

13,81

12,43

 

2

7 (141÷147)

+ 0,09

- 1,36

0,79

10,58

9,88

18,77

17,30

13,80

13,60

 

3

18 (148÷165)

- 0,27

- 0,89

0,79

10,38

9,83

20,61

15,15

15,63

11,79

 

4

15 (166÷180)

+ 0,72

- 1

0,79

9,0

8,87

15,47

15,67

13,32

13,74

 

5

15 (181÷195)

+ 0,69

- 1,43

0,76

8,8

9,32

15,65

15,55

13,84

12,89

 

6

32 (196÷227)

+ 1,00

+ 0,64

0,90

7,8

9,22

14,04

15,89

14,03

13,36

 

7

19 (228÷246)

+ 0,44

- 0,72

0,68

9,13

4,35

16,91

7,89

14,48

14,14

 

8

17 (247÷263)

+ 2,00

+ 1,89

0,90

5,56

5,05

8,82

9,42

12,18

14,60

 

Totale/Total

127

+ 91,85

- 21,13

0,82

1173,9

1119,3

2118

1902

14,06

13,15

 

kg p.v./LW

 

+ 20,41

- 6,04

 

 

 

 

 

 

 

 

Δ%

 

 

 

 

 

- 4,65

 

-10,2

 

- 6,47

Tabella 18 – Produzioni e ricavi registrati nei soggetti del gruppo A a dieta costante (0,9 UFL/kg s.s.) ed in quelli del gruppo B.

 
 

 

intera prova
(135 g/d)

fase di eccesso
(61 g/d)

fase di carenza
(74 g/d)

 

Gruppo/Group

A

B

Δ

A

B

Δ

A

B

Δ

 

Latte /Milk kg

8,70

8,29

0,41

7,75

8,49

- 0,74

9,48

8,13

1,35

 

ECM kg

15,69

14,09

1,60

13,56

14,58

- 1,02

17,44

13,68

3,76

 

Proteine + lipidi  (%)

14,06

13,15

0,91

14,42

13,30

1,12

14,34

13,18

1,16

 

UFL/s.s.

0,90

0,82

0,08

0,90

0,90

0

0,90

0,756

0,144

 

Δ fabbisogno UFL/kg s.s.

+ 0,06

0

+ 0,06

+ 0,09

+ 0,07

0,02

+ 0,03

- 0,058

0,088

 

Costo alimentazione/die
(UFL = Lit. 430)

 5.513

 4.879

634

5.303

 5.404

- 101

5.686

4.464

1222

 

totale /Total (x 1.000)

744

659

85

323

330

- 7

421

330

91

 

ricavo/capo/die 
(latte lire 2200 /kg)

 19.130

 18.240

 890

 16.233

 17.808

 -1.575